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L’ISOLA DEI DELFINI BLU, di Scott O’Dell

Libri dal comò. Consigli di lettura

Ci sono case editrici che meritano attenzione, e Il Barbagianni è una di queste.

Il Barbagianni sceglie di pubblicare poco, con grande cura. In un panorama editoriale che tende a moltiplicare le uscite, questa scelta permette di concentrare energie sulla qualità dei libri: nella selezione delle storie, nelle traduzioni, nella costruzione dell’oggetto libro. Anche la scelta della font, ad alta leggibilità, non è affatto scontata, soprattutto nei libri più corposi e pensati anche per ragazzi e ragazze più grandi. Tutto questo dimostra quanto il lettore venga davvero messo al centro, con attenzione e coerenza, pagina dopo pagina.

Dentro questo percorso si inserisce la ripubblicazione de “L’isola dei delfini blu” di Scott O’Dell, nella traduzione di Susanna Mattiangeli. La protagonista è una ragazza indigena che, dopo la partenza della sua popolazione dall’Isola dei Delfini Blu, resta sola. Da quel momento deve imparare a vivere senza aiuti. Fa ciò che prima non le era consentito proprio perché donna: costruisce armi, si procura il cibo, si difende dai pericoli dell’isola, in particolare dai cani selvatici. Azioni che prima erano proibite diventano necessarie, e lei impara a farle.

Sull’isola arrivano uomini bianchi, interessati alla caccia alle lontre e alle risorse. Il loro passaggio lascia segni profondi: animali uccisi, equilibrio spezzato, violenza esercitata senza rispetto. Tra loro c’è anche una ragazza bianca, l’unica donna in mezzo a molti uomini. Tra le due nasce una relazione fatta di presenza quotidiana, di piccoli gesti, di oggetti scambiati. Una relazione che mostra quanto il contatto umano resti fondamentale, anche quando si è capaci di cavarsela da soli.

Rimasta sull’isola, la protagonista vive a stretto contatto con gli animali. Li osserva, li conosce, convive con loro. Arriva a dire che per lei sono persone, come gli uomini, solo capaci di parlare un’altra lingua. Eppure anche questa convivenza non colma ogni assenza: restano la mancanza della sorella, della sua gente, di chi a un certo punto non c’è più.

Anche il finale non è un finale consolatorio. Non ricompone, non rassicura, non chiude in modo pacificato. Lascia spazio a domande che continuano oltre l’ultima pagina. Sono molti gli spunti di riflessione che attraversano la storia emergono senza spiegazioni, senza morale, senza dichiarazioni esplicite. Il testo dice molto, ma lo fa in modo nascosto, lasciando che siano le azioni, le relazioni, le assenze a parlare.

A cura di Una cartella di libri

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L’isola dei Delfini Blu, Scott O’Dell, trad. Susanna Mattiangeli, Il Barbagianni, 2025.

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IL RAGAZZO CHE SAPEVA TROPPO, di Malika Ferdjoukh

Libri dal comò. Consigli di lettura

Hai voglia di entrare in un film che non si proietta al cinema, ma si legge pagina dopo pagina?

Nel suo romanzo Il ragazzo che sapeva troppo, Malika Ferdjoukh ci porta proprio lì: sul set di un film di Alfred Hitchcock, dove la finzione si mescola alla realtà e il mistero prende forma tra le luci e le ombre della macchina da presa.

Il protagonista, in prima persona, ci guida dentro un ricordo: anni dopo, rievoca quell’estate trascorsa sul set segretissimo di un film del maestro del brivido. È qui che tutto accade, tra ciak, segreti, tensione e sguardi che nascondono più di quanto mostrano. La storia si costruisce come un giallo classico, elegante, pieno di suspense e di rimandi al cinema.

La scelta della prima persona e del flashback ci fa entrare direttamente nella narrazione: leggiamo e, allo stesso tempo, assistiamo come spettatori. L’ambientazione cinematografica e i continui riferimenti a Hitchcock rendono il romanzo un omaggio al grande schermo e un raffinato gioco narrativo. La trama è calibrata con precisione: ritmo, mistero e dettagli che ricordano il montaggio di un film. La traduzione di Chiara Carminati restituisce tutta la raffinatezza della scrittura dell’autrice. Bellissima anche la copertina illustrata da David Merveille, che rende omaggio al cinema di Hitchcock.

Il ragazzo che sapeva troppo è una dichiarazione d’amore al cinema e alla narrazione stessa.

Tieni gli occhi aperti: perché in queste pagine, come sul set, niente è davvero come sembra.

A cura di Una cartella di libri

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Il ragazzo che sapeva troppo, Malika Ferdjoukh, trad. Chiara Carminati, ill. David Merveille, Pension Lepic, 2025.

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La casa di Pine Island

Libri dal comò. Consigli di lettura

Cosa succede quando gli adulti spariscono e l’unico modo per non perdere tutto è restare uniti?

La casa di Pine Island di Polly Horvath parte da una tragedia ma diventa presto un romanzo pieno di energia e di speranza. Le quattro sorelle McCready, abituate a viaggiare con i genitori missionari, si ritrovano improvvisamente sole. Arrivate in Canada, scoprono che anche la prozia che avrebbe dovuto occuparsi di loro è morta. Potrebbero finire affidate a estranei e separate, ma non ci stanno: decidono di nascondere la verità e cavarsela da sole, affrontando le responsabilità del quotidiano come fossero adulti. Tra bollette da pagare, spesa da fare, scuola e vicini curiosi, imparano a costruire un mondo nuovo, in cui la fratellanza diventa l’unica vera forza che tiene insieme tutto.

Nonostante la premessa drammatica, il racconto scorre con leggerezza, alternando momenti di tensione a scene divertenti e persino comiche. Il ritmo è veloce, lo stile diretto e coinvolgente, e la voce delle quattro sorelle si intreccia continuamente, mostrando sia la fatica di Fiona, la maggiore, che cerca di fare da madre, sia lo sguardo più ingenuo e spontaneo della piccola Charlie, capace di svelare le emozioni più profonde. Proprio questa coralità rende il romanzo autentico: ogni sorella è diversa, ma tutte contribuiscono a un equilibrio fragile e vitale.

La casa di Pine Island non è solo un racconto di sopravvivenza, ma un invito a riflettere su cosa significhi davvero “famiglia”. Non sempre è fatta di adulti e regole, a volte nasce dalla capacità di sostenersi a vicenda, di crescere più in fretta del previsto e di trasformare la paura in forza. È un libro che fa sorridere e commuovere, che parla di coraggio e di resilienza, e che lascia una certezza: anche nei momenti più difficili, l’unione può diventare la nostra casa più sicura.

A cura di Una cartella di libri

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La casa di Pine Island, Polly Horvath, ill. Veronica Truttero, Camelozampa, 2022.

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LA MIA VITA DORATA DA RE, Jenny Jägerfeld.

Libri dal comò. Consigli di lettura

Come si fa a sentirsi sé stessi quando tutto cambia e ci sentiamo fuori posto?

Questa domanda sembra attraversare tutto “La mia vita dorata da re”, romanzo di Jenny Jägerfeld pubblicato da Iperborea. Al centro c’è Sigge, un ragazzino che si trasferisce con la madre e le due sorelline a casa della nonna dopo la separazione della madre dal compagno. Sigge deve affrontare un nuovo inizio: una nuova casa, una nuova città, una nuova scuola. Il romanzo è ambientato durante l’estate e ha una struttura originale e accattivante: la narrazione segue un conto alla rovescia degli ultimi 59 giorni prima dell’inizio della nuova scuola, durante i quali Sigge si propone di imparare come diventare popolare per evitare di rivivere le prese in giro e le sofferenze che aveva subito nella scuola precedente. La nonna che li ospita è un personaggio meravigliosamente sopra le righe: egocentrica, ironica, sicura di sé, un faro di eccentricità che contrasta con l’insicurezza profonda di Sigge. Lo strabismo, la paura del giudizio altrui e il desiderio di diventare popolare lo portano a interrogarsi su come “cambiare” per piacere agli altri, tentando di adattarsi e imitare chi sembra avere successo. Ma sarà proprio l’incontro con nuovi amici, sinceri, autentici, a volte bizzarri, e il confronto con l’esuberanza vitale della nonna a guidarlo in un percorso diverso: non quello di chi cerca approvazione a tutti i costi, ma di chi impara ad accettarsi e a coltivare relazioni vere, fatte di verità e reciprocità, anche quando è difficile.

Il tono è leggero, pieno di ironia, ma sempre rispettoso e profondo: Jenny Jägerfeld riesce a raccontare l’adolescenza senza moralismi né retorica, offrendo un ritratto toccante e autentico. E proprio Sigge è una figura maschile che colpisce per la sua non-convenzionalità: fragile, sensibile, timoroso, alla ricerca di sé, lontano dagli stereotipi del ragazzo forte, sicuro e vincente. È un protagonista che rappresenta con delicatezza la vulnerabilità maschile e mostra come si possa essere accettati e amati anche senza indossare maschere o corazzarsi.

A cura di Una cartella di libri




La mia vita dorata da re, Jenny Jägerfeld, Iperborea, 2021.

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